L’amore – Maurizio Maggiani

È notte, ci sono due sposi.

Incipit L’amore

È notte, ci sono due sposi. Due sposi, proprio due sposi qualunque, un maschio e una femmina. Condividono da molti anni molte cose, non tutte, molte, condividono il tavolo della cucina, condividono il medico di famiglia, condividono il letto. Condividono il letto tutte le notti da molti anni, anche questa notte. Hanno due bagni ma un solo letto, stanno bene così, si lavano i denti in due bagni diversi e poi si coricano nello stesso letto. Non nello stesso istante, hanno orari differenti, la sposa si corica sempre molto prima dello sposo, lavora di più, ha bisogno di dormire di più, le piace dormire tantissimo. Raramente si sono spogliati assieme, lo sposo non ha bisogno di dormire molto e ha la digestione più lenta, lentissima, digerisce nel cuore della notte. Digerisce nel soggiorno leggendo, fumando, guardando le serie tivù, in quelle ore
predilige le serie dove gli alieni e i morti ritornano ma senza spargimento di onori, legge a caratteri molto grandi in un dispositivo digitale romanzi che tendono a non finire mai e quando infine si concludono non lo fanno nel modo peggiore, fuma tabacchi molto aromatici dentro una pipetta elettrica, usa la digestione come una disciplina di riconciliazione, quando sarà il momento intende addormentarsi in pace.

Incipit tratto da:
Titolo: L’amore
Autore: Maurizio Maggiani
Casa editrice: Feltrinelli

Bibliografia Maurizio Maggiani

Copertine di L'amore di Maurizio Maggiani
Quarta di copertina / Trama

“È notte, ci sono due sposi.” Inizia così, dalla notte, il racconto della giornata di uno sposo, che in ventiquattr’ore ripercorre i suoi amori, tenendo però sempre fermo – come punto di partenza e di arrivo – l’ultimo, quello incontrato in età matura. È alla sua sposa che la sera racconta un “fatterello”, e a lei piace che quel fatterello riguardi uno dei suoi amori passati, la “delicata materia di ciò che è già stato”.
Quando si fa mattino, la sposa esce di casa per andare a insegnare e lui, rimasto solo – il suo mestiere è scrivere articoli di giornale e comprare minerale di zinco sui mercati mondiali –, non smette di ricordare e di chiedersi: “Dove ho imparato a dire ti amo?”. Mentre lavora, si occupa dell’orto, cucina, inforca la bicicletta, le ore della giornata scorrono, viene il pomeriggio e cala la sera, torna la notte, riemergono dal passato, con struggimento, con dolore, con dolcezza, la “Mari marina marosa figlia del pesciaiolo”, la Padoan con la sua coda di cavallo, la Patri e la luxemburghiana Chiaretta, i cui fatterelli tanto piacciono alla sposa, e poi Ida la Bislunga. È attraverso di loro che lo sposo ripercorre il suo lungo “allenamento a dire ti amo ti amo ti amo” in questa giornata che sembra qualunque, e si scopre invece particolare.
Quanto più scende nel dettaglio, tanto più Maurizio Maggiani riesce nel miracolo di raccontare l’amore universale, nei gesti, nelle parole, nelle abitudini, nei turbamenti, scrivendo un romanzo intimo, mentre sullo sfondo nondimeno passano, attraverso la musica, il lavoro, gli oggetti, i valori, i nostri ultimi cinquant’anni. Un romanzo cantabile come una canzone.
(Ed. Feltrinelli)

Indice cronologico opere Maurizio Maggiani

La zecca e la rosa – Maurizio Maggiani

Venticinque anni fa come oggi era anche allora di domenica

Incipit La zecca e la rosa. Vivario di un naturalista domestico

Venticinque anni fa come oggi era anche allora di domenica. E era un gran bel mattino con refolo teso di maestrale e faceva caldo perché da noi in Riviera l’estate fredda dei morti è più che altro tiepida e lucida, e difatti nelle chiudende non c’era più nessuno a battere le olive e ancora nessuno a potare, e così prendo e me ne vado su al Vignale per la crosa del Maggiano da cui il mio stesso patronimico per toponomasia. E dal Vignale si vede tutto il golfo e in fondo la Versilia e sopra la Versilia le Apuane e ancora più su la Pania e il Pizzo, e me ne sto un po’ lì a guardare e a prendermi il sole perché di guardare e soleggiarsi non si finisce mai e magari da domani è tutto finito, anzi finisce di sicuro visto che di là dalla diga il mare fa già le crestine e girerà a libeccio. Comunque me ne sto un po’ lì e poi mi metto a cercare il posto giusto e trovo una chiudenda di olive razzole con delle piante belle e forti, piante che ci sono solo in paradiso e negli orti meglio esposti del Vignale. Salto il muretto, mi infilo a scegliere la pianta e tiro fuori il coltellino da innesto e taglio via un rametto lungo così, un butto di due anni non di più, ci sputo bene sopra il taglio, lo fascio con l’erba secca e me lo porto a casa infilato dentro la maglietta come fosse un coniglietto primaticcio, perché si deve fare così anche se l’estate dei morti è calda. Fare la talea di un ulivo non è uno scherzo.

Incipit tratto da:
Titolo: La zecca e la rosa. Vivario di un naturalista domestico
Autore: Maurizio Maggiani
Casa editrice: Feltrinelli

Bibliografia Maurizio Maggiani

Copertine di La zecca e la rosa di Maurizio Maggiani
Quarta di copertina / Trama

Un libro illustrato ed elegante che ci restituisce l’intimità con le cose della natura, che sanno diventare, attraverso l’occhio e la poesia di Maurizio Maggiani, cose della vita, cose del mondo.
Gatti, uccellini, campi e orti, tenerezza dei mattini e violenza dei cieli: Maggiani ci accompagna dentro le piccole meraviglie che rendono la vita più grande. Ed è lui stesso che ce lo racconta così: “Sono nato in un paese di campagna nel cuore della miseria degli anni cinquanta, sono stato cresciuto alla confidenza con tutto ciò che ha vita e va bene per la vita, chi mi ha educato aveva più parole per le piante e le bestie che per i cristiani, mi è stato insegnato a guardare e ascoltare e odorare e toccare ogni creatura e capire cosa ne veniva di buono e cosa di cattivo, evitando con cura di disturbare Creato e Creatore. Niente era mio, ma sono stato principe degli orti e barone dell’uva fragola, re dei fossi e granduca dei pesciolini che ci nuotavano dentro. Sono tornato a vivere nella campagna, i miei vicini sono tutti quanti contadini e continuano a parlare più volentieri con le creature che con i cristiani, a parte la miseria è tutto quanto rimasto più o meno allo stesso modo. E allo stesso modo prendo e vado per fossi e orti a toccare, ascoltare, guardare e odorare, considerare l’infinito universo di ciò che vive, evitando di disturbare. A meno che, metti, non mi ritrovi tra i peli la zecca assassina”.
Le illustrazioni sono di Gianluca Folì.
(Ed. Feltrinelli)

Cronologia opere Maurizio Maggiani

I figli della Repubblica. Un’invettiva – Maurizio Maggiani

Incipit I figli della Repubblica: un’invettiva

Beati noi,
beati noi,
beati noi.
Sì, fortunati noi.
Fortunati noi, che siamo nati allora, agli albori.
E ci hanno presi e portati al dispensario e fatto a tutti quanti l’antitubercolosi e il vaccino del vaiolo, primo e secondo timbro sul braccio sinistro, e con fiducia ci hanno somministrato le prime dosi dell’antipolio, che erano buone perché erano dentro lo zuccherino, e così siamo cresciuti sani ed eretti, mentre avevamo intorno maschi e femmine, nati un po’ più in giù nella campagna e anche solo due o tre anni prima di noi, che senza nessuna colpa si sono ritrovati sciancati e butterati per tutta la vita.
Fortunati noi che quando siamo nati c’era già la streptomicina, così che, avanguardia di una nuova umanità, non fummo severamente selezionati per tramite di cruente decimazioni, e fummo risparmiati in massa non solo dalla tubercolosi, ma persino dalla peste bubbonica.
E siamo stati cresciuti in modo straordinariamente generoso e sano a solo pochi passi dalle macerie della pellagra e della fame generale.

Incipit tratto da:
Titolo: I figli della Repubblica: un’invettiva
Autore: Maurizio Maggiani
Casa editrice: Feltrinelli

Bibliografia Maurizio Maggiani

Copertine di I figli della Repubblica di Maurizio Maggiani
Quarta di copertina / Trama

Maurizio Maggiani ha una predilezione per l’oralità, gli piace sentire e far sentire come il racconto nasca dalla voce, dall’ascolto, dal rapporto che si crea tra la logica dei fatti e l’eco profonda della parola che li restituisce. È questo un segno decisivo dei suoi romanzi e degli incontri con il pubblico dei lettori. Ebbene, qui Maggiani fa un passo avanti e imbocca con rabbia e ardore la via dell’invettiva – un’oralità che sale di volume e di passione oratoria, perché, senza meno, deve ottenere un risultato: andare a segno. L’attenzione si sposta dalla leggenda delle cose accadute allo scacco delle promesse non mantenute. Le promesse fatte dalla sua generazione. Non poteva ben considerarsi beata la gioventù di un dopoguerra che si apriva provvido di speranze, di ideali, di futuro, e di un’alimentazione equilibrata? E allora? Che cosa succede ai figli del privilegio? Che cosa dissipano mentre disegnano un mondo nuovo? Oltre il confine della battaglia combattuta si apre il cedere del sogno, la traduzione dei ribelli in mediocri esecutori, manager, reggicoda di molti poteri. Maggiani amministra colpi con generosità – li chiama maledizioni. E tali sono, maledizioni. Perché i destinatari dell’invettiva e quelli che, pur fuori dal tiro generazionale, si riconoscono, sappiano almeno fare i conti con la vergogna del fallimento.
(Ed. Feltrinelli)

Cronologia opere Maurizio Maggiani