La Regina di Pomerania e altre storie di Vigàta – Andrea Camilleri

Incipit La Regina di Pomerania e altre storie di Vigàta

Il marchisi Carlo Alberto Squillace del Faìto mise pedi per la prima vota a Vigàta la matina del deci marzo del milli e novicento e diciannovi, scinnenno dal treno che viniva da Palermo.
Aviva sulo ‘na baligia, ma che baligia! Era di un corio morbito e chiaro, d’una fìnizza che pariva peddri umana e che doviva costari ‘n occhio.
E macari i vistiti che aviva d’incoddro dovivano essiri stati tagliati da un sarto spiciali, di quelli che sirvivano sclusivamenti l’alta nobiltà di tutto il munno.
Era un quarantino sicco, i capilli all’umberta e i baffi a punta che a momenti gli cavavano l’occhi. Portava un paro d’occhiali con la montatura d’oro, accussì fina fina che pariva fatta non col mitallo ma coi fili d’una ragnatila.
«Al municipio!» ordinò al coccheri, acchiananno supra a una delle carrozze che nel piazzali della stazioni aspittavano i clienti.
‘Na simanata avanti il sinnaco di Vigàta, il cavaleri Ersilio Buttafoco, aviva arricivuto da Palermo ‘na littra su carta che pariva pergamena, ‘ntistata «Regno (provvisorio) di Pomerania» e sutta alla ‘ntistazioni c’era scrivuto: «Il Console onorario».
La littra faciva: Illustrissimo Signor Sindaco!
(La Regina di Pomerania)

Incipit tratto da:
Titolo: La Regina di Pomerania e altre storie di Vigàta
Autore: Andrea Camilleri
Casa editrice: Sellerio

Bibliografia Andrea Camilleri

Copertina di La Regina di Pomerania e altre storie di Vigàta di Andrea Camilleri
Quarta di copertina / Trama

Si vuole che il racconto abbia la geometria di un sonetto, con una trama rigorosamente distesa su una tavola metrica «baciata» alla fine da un’arguzia, che può essere sì un colpo di scena, ma entro la prevedibilità di una catena di cause e di concause. Diversa è la meccanica dell’immaginazione che Camilleri sceglie. Lui è un orologiaio fantastico. Carica le molle, e decide che siano inavvertitamente scombinate: in modo che l’ora segnata suoni inattesa e fragorosa, come un refuso del destino, uno schianto che si prende la rivincita sui normali procedimenti di scioglimento, mentre rende la storia che si racconta asimmetrica ai desideri e alle attese degli stessi protagonisti. Di siffatta specie sono gli otto racconti vigatesi qui raccolti, ognuno dei quali apre lo sguardo sui casi quotidiani di una provincia che vive a rate le balzanerie e le strampalatezze di una società sedotta dalle proprie furbizie e dalle sue stesse ciance: tra battibecchi da circolo, lambiccati bizantinismi, ludi e motteggi, eterne liti familiari, infervoramenti carnali, sbatacchiamenti, oneste mignotterie, dolorosi stupori e premurose cordialità. Non c’è ordine cronologico nella successione dei racconti. Ognuno di essi è però un bordo d’inquadratura che prende d’infilata la scena larga di Vigàta di volta in volta bloccata nei mesi e negli anni di pertinenza, lungo un arco che va dal 1893 al 1950.
Ci sono figure a sbalzo, indimenticabili, in questi racconti: una nuova Giulietta che sancisce l’imbecillità di un nuovo Romeo; un diplomatico e impassibile truffatore, il Console onorario di un Regno provvisorio esportatore di cani dati in saldo; una Cenerentola che è una melarosa dal letto ospitale: di una purezza, però, che mai si sgualcisce; due gelatai, leali contendenti per amore e per dispetto; un marchese dall’eccitazione costante e alla fine crudele. Si aggiungano un asino delle meraviglie, che a suo disdoro si chiama Mussolini, ma viene ribattezzato Curù; un tavolinetto a tre piedi, che sa come castigare l’imprevidenza di un neofita delle sedute spiritiche; un’epidemia di lettere anonime, che ha il suo don Ferrante nella persona del dotto Ernesto Bruccoleri il quale sosteneva che «la causa scatinanti era stata il ritorno della dimocrazia doppo vint’anni e passa di fascismo, in quanto che, essenno la dimocrazia sinonimo di libbirtà, aviva fatto addivintari a tutti libbiri di scriviri ogni minchiata che ci passava per la testa e di scummigliare tanti artarini sia pure in forma ’ncognita».
Salvatore Silvano Nigro
(Ed. Sellerio; La memoria)

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La regola dell’equilibrio – Gianrico Carofiglio

Era forse il dieci di aprile

Incipit La regola dell’equilibrio

Era forse il dieci di aprile. L’aria era fresca, tersa. Spirava una brezza profumata molto rara in città, il sole e la sua luce si spandevano liquidi su di noi e sulla facciata grigia del tribunale. Carmelo Tancredi e io eravamo vicini all’ingresso, chiacchieravamo.
– A volte penso di smettere, – dissi appoggiandomi al muro. L’intonaco era scrostato e una ragnatela di piccole crepe si estendeva in modo preoccupante verso l’alto.
– Smettere cosa? – mi chiese Tancredi togliendosi di bocca il sigaro.
– Di fare l’avvocato.
– Scherzi? – disse lui, con un lieve, inconsapevole scatto del mento.
Mi strinsi nelle spalle. In quel momento passarono due giudici. Non si accorsero di me e io ufi contento di non doverli salutare.

Incipit tratto da:
Titolo: La regola dell’equilibrio
Autore: Gianrico Carofiglio
Casa editrice: Einaudi

Bibliografia Gianrico Carofiglio

Copertina di La regola dell'equilibrio di Gianrico Carofiglio
Quarta di copertina / Trama

È una primavera strana, indecisa, come l’umore di Guido Guerrieri. Messo all’angolo da una vicenda personale che lo spinge a riflettere sulla propria esistenza, Guido pare chiudersi in sé stesso. Come interlocutore preferito ha il sacco da boxe che pende dal soffitto del suo soggiorno. A smuovere la situazione arriva un cliente fuori del comune: un giudice nel pieno di una folgorante carriera, suo ex compagno di università, sempre primo negli studi e nei concorsi. Si rivolge a lui perché lo difenda dall’accusa di corruzione, la peggiore che possa ricadere su un magistrato. Quasi suo malgrado, Guerrieri si lascia coinvolgere dal caso e a poco a poco perde lucidità, lacerato dalla tensione fra regole formali e coscienza individuale. In un susseguirsi di accadimenti drammatici e squarci comici, ad aiutarlo saranno l’amico poliziotto, Carmelo Tancredi, e un investigatore privato, un personaggio difficile da decifrare: se non altro perché è donna, è bella, è ambigua, e gira con una mazza da baseball.
(Ed. Einaudi, Stile Libero Big)

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Il racconto dell’ancella – Margaret Atwood

Si dormiva in quella che un tempo era la palestra.

Incipit Il racconto dell’ancella

Si dormiva in quella che un tempo era la palestra. L’impiantito era di legno verniciato, con strisce e cerchi dipinti, per i giochi che vi si effettuavano in passato; i cerchi di ferro per il basket erano ancora appesi al muro, ma le reticelle erano scomparse. Una balconata per gli spettatori correva tutt’attorno allo stanzone, e mi pareva di sentire, vago come l’aleggiare di un’immagine, l’odore acre di sudore misto alla traccia dolciastra della gomma da masticare e del profumo che veniva dalle ragazze che stavano a guardare, con le gonne di panno che avevo visto nelle fotografie, poi in minigonna, poi in pantaloni, con un orecchino solo e i capelli a ciocche rigide, puntute e striate di verde. C’erano state delle feste da ballo; la musica indugiava, in un sovrapporsi di suoni inauditi, stile su stile, un sottofondo di tamburi, un lamento sconsolato, ghirlande di fiori di carta velina, diavoli di cartone e un ballo ruotante di specchi, a spolverare i ballerini di una neve lucente.

Incipit tratto da:
Titolo: Il racconto dell’ancella
Autrice: Margaret Atwood
Traduzione: Camillo Pennati
Titolo originale: The Handmaid’s Tale
Casa editrice: Ponte alle Grazie

Bibliografia Margaret Atwood

Copertine di Il racconto dell ancella di Margaret Atwood

Incipit The Handmaid’s Tale

We slept in what had once been the gymnasium. The floor was of varnished wood, with stripes and circles painted on it, for the games that were formerly played there; the hoops for the basketball nets were still in place, though the nets were gone. A balcony ran around the room, for the spectators, and I thought I could smell, faintly like an afterimage, the pungent scent of sweat, shot through with the sweet taint of chewing gum and perfume from the watching girls, felt-skirted as I knew from pictures, later in mini-skirts, then pants, then in one earring, spiky green-streaked hair. Dances would have been held there; the music lingered, a palimpsest of unheard sound, style upon style, an undercurrent of drums, a forlorn wail, garlands made of tissue-paper flowers, cardboard devils, a revolving ball of mirrors, powdering the dancers with a snow of light.

Incipit tratto da:
Title: The Handmaid’s Tale
Author: Margaret Atwood
Publisher: Random House
Language: English
Quarta di copertina / Trama

In un mondo devastato dalle radiazioni atomiche, gli Stati Uniti sono divenuti uno Stato totalitario, basato sul controllo del corpo femminile. Difred, la donna che appartiene a Fred, ha solo un dovere da compiere nella neonata Repubblica di Galaad: garantire una discendenza alla élite dominante. Il regime monoteocratico di questa società del futuro, infatti, è fondato sullo sfruttamento delle cosiddette ancelle, le uniche donne che, dopo la catastrofe, sono ancora in grado di procreare. Ma anche lo Stato più repressivo non riesce a schiacciare i desideri e da questo dipenderà la possibilità e, forse, il successo di una ribellione.
Comparso per la prima volta in Italia negli anni Ottanta, il romanzo della Atwood conserva tutt’oggi la sua attualità. Mito, metafora e storia si fondono per sferrare una satira energica contro i regimi totalitari. Ma non solo: c’è anche la volontà di colpire, con tagliente ironia, il cuore di una società meschinamente puritana che, dietro il paravento di tabù istituzionalizzati, fonda la sua legge brutale sull’intreccio tra sessualità e politica.
(Ed. Ponte alle Grazie)

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