Lezioni americane – Italo Calvino

Incipit Lezioni Americane

Dedicherò la prima conferenza all’opposizione leggerezza-peso, e sosterrò le ragioni della leggerezza. Questo non vuol dire che io consideri le ragioni del peso meno valide, ma solo che sulla leggerezza penso d’aver più cose da dire.
Dopo quarant’anni che scrivo fiction, dopo aver esplorato varie strade e compiuto esperimenti diversi, è venuta l’ora che io cerchi una definizione complessiva per il mio lavoro; proporrei questa: la mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso; ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città; soprattutto ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e al linguaggio.

Incipit tratto da:
Titolo: Lezioni Americane
Autore: Italo Calvino
Casa editrice: Garzanti

Bibliografia Italo Calvino

Copertine di Lezioni Americane di Italo Calvino
Quarta di copertina / Trama

Nel 1699 il giovane Swift si appuntò, in un famoso promemoria, brevi regole di saggezza da osservare negli anni della senilità. Più generoso di lui, Italo Calvino ha destinato a noi tutti un agile vademecum, perché la vecchiezza del mondo con il suo carico di problemi e di angustie non ci trovi impreparati.
Se molti sono i valori che nel declino della civiltà rischiano di andare dispersi, agli occhi di Calvino ce n’è uno, irrinunciabile, che li riassume tutti: «Il mio disagio è per la perdita di forma che constato nella vita». I suoi consigli riguardano dunque la forma ma anche la vita, e se sono rivolti in primo luogo agli scrittori, non possono lasciare indifferente chi delle lettere non fa professione: la «leggerezza», la «rapidità», l’«esattezza», la «visibilità», la «molteplicità» (sono questi i temi delle conferenze che Calvino si accingeva a tenere all’università di Harvard) dovrebbero in realtà informare non soltanto l’attività degli scrittori ma ogni gesto della nostra troppo sciatta, svagata esistenza. Quella che Calvino ci propone è una severa disciplina della mente, temperata dall’ironia e da una sempre vigile consapevolezza della parzialità e provvisiorietà di ogni metodo d’indagine e di conoscenza.
La poetica implicita in queste «lezioni» non è prescrittiva, ma problematica. Il contrario di ogni virtù letteraria, di ogni «valore da salvare» non è un vizio, ma un’altra virtù, forse non meno raccomandabile di quella che Calvino sta esaltando: l’unico vero imperdonabile vizio essendo l’indifferenza nei confronti della perfezione. Quello che qui ci viene offerto è anche un raro esempio di poetica «raccontata», fatta di divagazioni, di memorie, di squarci autobiografici. È caratteristico della personalità imprevedibile di Calvino che proprio in un libro «teorico» egli si sia deciso a parlarci di sé, della sua infanzia, del suo incessante bisogno di affrontare sempre nuovi problemi e difficoltà.
La suprema eleganza di queste pagine ci svela dunque quanto fino a oggi era rimasto segreto? Direi piuttosto che esse ci mettono nitidamente sotto gli occhi tutti gli stratagemmi, tutta la sapienza con cui Calvino riesce a nascondersi. Se il suo discorso è ricco di incisi e di excursus che ci lasciano intravedere luci e ombre del suo laboratorio, egli tiene a farci sapere che non è nel zigzag delle divagazioni che dobbiamo cercare la sua verità: …«preferisco affidarmi alla linea retta nella speranza che continua all’infinito e mi renda irraggiungibile».
Sensibili a ogni sollecitazione della scienza e del mito, aperte a ogni più contraddittoria esperienza, queste riflessioni di Calvino sull’arte come conoscenza vertono in ultima analisi su un unico tema, quello delle «connessioni invisibili»: che una volta scoperte dal suo sguardo attento e affilato rendono trasparente l’opacità del mondo.
Gian Carlo Roscioni
(Ed. Garzanti)

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