Le piccole virtú – Natalia Ginzburg

Incipit Le piccole virtù

Deus nobis haec otia fecit.
In Abruzzo non c’è che due stagioni: l’estate e l’inverno. La primavera è nevosa e ventosa come l’inverno e l’autunno è caldo e limpido come l’estate. L’estate comincia in giugno e finisce in novembre. I lunghi giorni soleggiati sulle colline basse e riarse, la gialla polvere della strada e la dissenteria dei bambini, finiscono e comincia l’inverno. La gente allora cessa di vivere per le strade: i ragazzi scalzi scompaiono dalle scalinate della chiesa. Nel paese di cui parlo, quasi tutti gli uomini scomparivano dopo gli ultimi raccolti: andavano a lavorare a Terni, a Sulmona, a Roma. Quello era un paese di muratori: e alcune case erano costruite con grazia, avevano terrazze e colonnine come piccole ville, e stupiva di trovarci, all’entrare, grandi cucine buie coi prosciutti appesi e vaste camere squallide e vuote. Nelle cucine il fuoco era acceso e c’erano varie specie di fuochi, c’erano grandi fuochi con ceppi di quercia, fuochi di frasche e foglie, fuochi di sterpi raccattati ad uno ad uno per via.
Era facile individuare i poveri e i ricchi, guardando il fuoco acceso, meglio di quel che si potesse fare guardando le case e la gente, i vestiti e le scarpe, che in tutti su per giù erano uguali.
(Inverno in Abruzzo)

Incipit tratto da:
Titolo: Le piccole virtú
Autrice: Natalia Ginzburg
Casa editrice: Einaudi

Bibliografia Natalia Ginzburg

Copertine di Le piccole virtú di Natalia Ginzburg

Quarta di copertina / Trama

I lettori conoscono Natalia Ginzburg nei suoi romanzi come una scrittrice tutta fatti, tutte cose, tutta gesti e voci e cadenze;e anche in questo libro di memorie e di riflessioni essa resta più che mai fedele a se stessa.
In ogni pagina c’è il suo tipico modo d’essere donna; un modo spesso dolente ma sempre pratico e quasi brusco, in mezzo ai dolori e alle gioie della vita. Forse mai una scrittrice ha saputo essere così femminile – ragazza, moglie, madre – in un senso così opposto a quello che s’intende di solito per «letteratura femminile» cioè dell’abbandono lirico ed emotivo.
Tra i capitoli del volume si ricorda Ritratto di un amico,certo la più bella cosa che sia stata scritta sull’uomo Cesare Pavese. E le pagine scritte subito dopo la guerra, che riportano con una forza più che mai struggente il senso dell’esperienza d’anni terribili (e sanno pur farlo, serbando, come Le scarpe rotte, un quasi miracoloso senso del comico). Poi, le prove (come Silenzio e Le piccole virtù)d’una Natalia Ginzburg moralista, dove una partecipazione acuta ai mali del secolo sembra nascere dalla matrice d’un calore familiare. E soprattutto, perfetto capitolo d’una autobiografia in chiave obiettiva, Lui e io, in cui la contrapposizione dei caratteri si trasforma, da spunto di commedia, nel più affettuoso poema della vita coniugale.
(Ed. Einaudi; Nuovi Coralli, 21)

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