Lessico famigliare – Natalia Ginzburg

Incipit Lessico famigliare

Nella mia casa paterna, quand’ero ragazzina, a tavola, se io o i miei fratelli rovesciavamo il bicchiere sulla tovaglia, o lasciavamo cadere un coltello, la voce di mio padre tuonava: – Non fate malagrazie!
Se inzuppavamo il pane nella salsa, gridava: – Non leccate i piatti! Non fate sbrodeghezzi! non fate potacci!
Sbrodeghezzi e potacci erano, per mio padre, anche i quadri moderni, che non poteva soffrire.
Diceva: – Voialtri non sapete stare a tavola! Non siete gente da portare nei loghi!
E diceva: – Voialtri che fate tanti sbrodeghezzi, se foste a una table d’hôte in Inghilterra, vi manderebbero subito via.
Aveva, dell’Inghilterra, la piú alta stima. Trovava che era, nel mondo, il piú grande esempio di civiltà.

Incipit tratto da:
Titolo: Lessico famigliare
Autrice: Natalia Ginzburg
Casa editrice: Einaudi

Bibliografia Natalia Ginzburg

Copertine di Lessico famigliare di Natalia Ginzburg

Quarta di copertina / Trama

Una famiglia è anche – forse soprattutto – fatta di voci che s’intrecciano attraverso la tavola a pranzo e a cena, di rimbrotti, di scherzi, di battute slegate, di frasi che si ripetono a ogni data occasione; è un linguaggio comprensibile solo a chi lo pratica, una rete di ricordi e richiami.
Natalia Ginzburg, partita per rievocare il «lessico» della sua famiglia, gli intercalari dei suoi genitori e dei suoi fratelli, si è accorta presto che ciò che stava inseguendo era il quid misterioso che caratterizza e lega appunto quest’entità che chiamiamo «famiglia», il senso e il ritmo che ci accompagna nelle nostre vite anche quando ci siamo staccati dal tetto e dal desco della nostra fanciullezza.
Scrittrice di rapporti e cadenze familiari nei suoi romanzi (ricordiamo Tutti i nostri ieri, Valentìno, Le voci della sera) Natalia Ginzburg qui ha abbandonato gli intrecci immaginari o trasfigurati per l’autobiografia diretta; e s’è trovata a muoversi con un’inaspettata libertà, un’inesauribilità, un allegro che rappresentano la sua riuscita più felice (già preannunciata da alcuni capitoli delle Piccole virtù). La capacità di registrazione visiva e auditiva che altre volte era potuta apparire acuta fino alla spietatezza, si rivela ora come un’infinita partecipazione d’affetto per le persone che esistono e che sono esistite.
E il libro vale per il lettore non solo come riscoperta di che cosa vuoi dire la famiglia, ma come scoperta d’una famiglia d’eccezione. Eccezionali sono infatti le personalità dei componenti (il padre scienziato perpetuamente burbero e la madre perpetuamente gaia dominano il libro con la loro irresistibile vitalità), l’ambiente che si muove intorno a loro (la Torino intellettuale e antifascista tra le due guerre), gli avvenimenti della storia italiana (a cominciare dalla fuga di Turati «grande come un orso», nascosto in casa loro) che alla storia familiare sono mescolati.
La Ginzburg stavolta ha voluto evitare ogni invenzione come ogni indeterminatezza: i personaggi vi sono designati col nome e cognome della loro vera identità; e se si facesse un «indice dei nomi» del libro vi si vedrebbero allineate molte delle figure più famose della vita politica, sociale, letteraria, universitaria, con lo stesso rilievo dei più oscuri parenti e conoscenti, nella prospettiva che loro tocca non nella Storia, ma nelle nostre storie private. Il libro acquista così anche il valore d’una cronaca dell’antifascismo vista con gli occhi d’una bambina – e poi d’una moglie e d’una madre -, per cui gli avvenimenti della cospirazione non si differenziano da quelli della quotidiana vita casalinga e dei rapporti d’amicizia.
Miracolo del libro, passioni e persecuzioni e sangue e tragedie non riescono a incrinare la calda serenità della pagina; mai una parola d’avversione viene pronunciata; eppure nulla viene ingentilito o addolcito; amore e dolore non potrebbero essere espressi meglio che dal riserbo che li tace.
Un libro unico, dunque, affollato come un gruppo fotografico che, vecchio appena di alcuni anni, già ci dà l’impressione del tempo trascorso nei visi curiosamente giovanili in cui riconosciamo fisionomie note: un ritratto di famiglia dell’Italia migliore.
(Ed.Einaudi; Prima Edizione 1963)

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