Tutti i nostri ieri – Natalia Ginzburg

Incipit Tutti i nostri ieri

Il ritratto della madre era appeso nella stanza da pranzo: una donna seduta, con un cappello a piume e un lungo viso stanco e spaventato. Era sempre stata di salute debole, soffriva di vertigini e di batticuore e quattro figli erano stati troppi per lei. Era morta poco dopo la nascita di Anna.
Andavano al cimitero qualche domenica, Anna, Giustino e la signora Maria. Concettina no, perché non metteva mai piede fuori di casa la domenica, era una giornata che detestava e stava chiusa nella sua stanza a rammendarsi le calze col piú brutto dei suoi vestiti. E Ippolito doveva tenere compagnia al padre. Al cimitero la signora Maria pregava, i due ragazzi invece no perché il padre diceva sempre che pregare è stupido, e forse c’è Dio ma non occorre pregarlo, è Dio e sa da sé come stanno le cose.
Quando non era ancora morta la madre, la signora Maria non stava con loro ma con la nonna, la madre del padre, e viaggiavano insieme.
Sulle valige della signora Maria c’erano le figure degli alberghi, e in un armadio c’era un suo vestito con dei bottoni a forma di piccoli abeti, comprato nel Tirolo. La nonna aveva la mania di viaggiare e non aveva mai voluto smettere, e cosí s’era mangiata tutti i suoi soldi, perché le piaceva andare negli alberghi eleganti. Negli ultimi tempi era diventata molto cattiva, raccontava la signora Maria, perché non si dava pace di non avere piú soldi, e non si spiegava come mai, e ogni tanto lo dimenticava e voleva comprarsi un cappello, e la signora Maria doveva trascinarla via dalla vetrina, che pestava l’ombrello per terra e si mangiava la veletta di rabbia. Adesso era sepolta a Nizza lí dov’era morta, lí dove si era divertita tanto da giovane, quando era fresca e bella e aveva tutti i suoi soldi.

Incipit tratto da:
Titolo: Tutti i nostri ieri
Autrice: Natalia Ginzburg
Casa editrice: Einaudi

Bibliografia Natalia Ginzburg

Copertine di Tutti i nostri ieri di Natalia Ginzburg

Quarta di copertina / Trama

Con la sua saga del Lessico famigliare Natalia Ginzburg ha condotto per mano un gran numero di lettori in un ambiente di famiglie borghesi e intellettuali non conformiste e tutte in qualche modo coinvolte in avvertimenti e vocazioni eccezionali. Il suo segreto è stato l’estrema semplicità quotidiana nel rappresentare questo mondo dall’interno, cosicché quella che fino all’altro ieri era un’Italia minoritaria, atipica e periferica, è entrata con tutta naturalezza a far parte del patrimonio delle memorie collettive. Un po’ come dopo l’Unità d’Italia le memorie delle minoranze risorgimentali finirono per essere acquisite dalla coscienza retrospettiva di tutti: ma stavolta, diremo, con più discrezione e sinceritàdi allora.
Dei lettori che la Ginzburg si è guadagnati con Lessico Famigliare, pochi sanno che la saga di quelle famiglie, di quelle generazioni, di quel clima morale, era stata già disegnata una volta dalla nostra autrice, non in forma di autobiografia diretta, ma di romanzo. Scritto nel 1952, Tutti i nostri ieri è il pendant romanzesco di Lessico famigliare: non che i personaggi si corrispondano direttamente, ma sono costruiti della stessa creta – il personaggio di un libro impastato dalla creta di molti personaggi dell’altro, e viceversa -; a vicenda gli uni rimandano agli altri la funzione d’archetipo; e gli ambienti pure – una inderteminata cittadina industriale del Settentrione, un fittizio paese contadino del Mezzogiorno – sono la proiezione rarefatta ed epicizzata dell’autobiografia.
Anche qui chi scruta e registra è una ragazza un po’ al margine, che si tiene come fuori dal gioco, che pare finga non saperne nulla ma che poi è l’anima, affettuosa e feroce, di tutto il nodo di sentimenti che intorno si svolge. Solo che qui la voce è fissata in una specie d’immaturità attonita e sorda, e un’amica cadenza, quasi un canto monodico, percorre tutto il libro, come l’inesorabile impronta di un fato sommesso e grigio.
Stilisticamente il libro si situa come un originale «tour de force», nella linea degli interessi più attuali per lo stile narrativo: il linguaggio «umile», la «sottoconversazione». Solo che qui le parole dette e le voci sono assorbite in una sorta di continua eco mentale: per cui la narrazione è condotta quasi senza come assiomi o proverbi fuori dal tempo, affioranti tra le proposizioni indirette di un flusso sintattico rudimentale. Anche per questa peculiarietà formale, dunque, Tutti i nostri ieri è un romanzo che può essere giustamente considerato una novità ora, dodici anni dopo la sua prima comparsa.
(Ed. Einaudi; 1965)

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