L’ultimo Natale di guerra – Primo Levi

Il nostro Lager, Monowitz presso Auschwitz, era per più versi anomalo

Incipit L’ultimo Natale di guerra

Il nostro Lager, Monowitz presso Auschwitz, era per più versi anomalo. La barriera che ci separava dal mondo, di cui era simbolo la doppia recinzione di filo spinato, non era ermetica come altrove. Per la necessità del lavoro, venivamo ogni giorno a contatto con gente “libera”, o comunque meno schiava di noi: tecnici, ingegneri e capisquadra tedeschi, operai russi e polacchi, prigionieri di guerra inglesi, americani, francesi, italiani. Ufficialmente, con noi, paria del KZ (Konzentrations-Zentrum), era proibito parlare, ma il divieto veniva continuamente eluso, e del resto le notizie del mondo libero arrivavano fino a noi per mille canali. Nelle pattumiere della fabbrica si trovavano copie dei quotidiani, magari vecchie di due o tre giorni e macerate dalla pioggia, e vi leggevamo con trepidazione i bollettini tedeschi: monchi, censurati, eufemistici, tuttavia eloquenti. I prigionieri di guerra alleati ascoltavano segretamente Radio Londra, ancora più segretamente ce ne riportavano le notizie, e queste erano esaltanti: nel dicembre del 1944 i russi erano entrati in Ungheria ed in Polonia, gli inglesi erano in Romagna, gli americani erano duramente impegnati nelle Ardenne, ma vincitori nel Pacifico contro il Giappone.

Incipit tratto da:
Titolo: L'ultimo Natale di guerra
Autore: Primo Levi
Casa editrice: Mondolibri

Bibliografia Primo Levi

Copertine di L'ultimo Natale di guerra di Primo Levi
Quarta di copertina / Trama

Un canguro che partecipa a una cena della ricca borghesia, un extraterrestre che intervista un passante, due abitanti di un mondo bidimensionale, distruttori apparsi dal nulla che disfano un treno in una notte, un impiegato che per lavoro assegna cause di morte, una ragazza a cui spuntano le ali. Sono questi alcuni dei protagonisti del libro di racconti di Primo Levi che comprende anche storie autobiografiche ambientate nel Lager, L’ultimo Natale di guerra. Pipetta da guerra, Auschwitz città tranquilla, Un “giallo” del Lager, o i racconti d’infanzia di Meccano d’amore e Ranocchi sulla luna, ma anche i racconti fantastici Il passa-muri e Il fabbricante di specchi, che mostrano invece un lato inconsueto della vena narrativa dello scrittore.
Quando muore, nell’aprile del 1987, Levi lascia dispersi in varie sedi giornali, riviste, libri – oltre una ventina di racconti, che coprono all’incirca un decennio. Ne avrebbe certamente tratto un libro, così come aveva fatto qualche anno prima con Lilit, accostando questi racconti ad altri che aveva progettato di scrivere, come le interviste con gli animali, di cui restano sei ritratti del suo “Zoo immaginario.” Levi indaga non solo il mondo animale – dai gabbiani ai batteri, dalla formica alla giraffa – ma anche quello umano, confermandosi come scrittore antropologo dotato di un inconsueto umorismo. La pluralità degli stili e dei registri narrativi è accompagnata da un motivo conduttore: la forza pedagogica dei racconti, in cui l’aspetto morale, per quanto mai in primo piano, è una componente essenziale del racconto.
Levi, insomma, è uno scrittore che punta sull’intelligenza dei suoi lettori, sul loro scatto mentale. Le sue storie divertono, inquietano e danno sempre da pensare.
(Ed. Mondolibri)

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