Primavera nera – Henry Miller

Incipit Primavera nera

Sono un patriota: della 14° Sezione Brooklyn, dove sono cresciuto. Per me il resto degli Stati Uniti non esiste se come idea, o storia, o letteratura. A dieci anni, fui sradicato dalla mia terra natia e trapiantato in un cimitero, un cimitero luterano, con le tombe sempre in ordine e le corone che non appassivano mai.

Incipit tratto da:
Titolo: Primavera nera
Autore: Henry Miller
Traduzione: Attilio Veraldi
Titolo originale: Black Spring
Casa editrice: Feltrinelli

Bibliografia Henry Miller

Copertine di Primavera nera di Henry Miller

Incipit Black Spring

I am a patriot-of the Fourteenth Ward, Brooklyn, where I was raised. The rest of the United States doesn’t exist for me, except as idea, or history, or literature. At ten years of age I was uprooted from my native soil and removed to a cemetery, a Lutheran cemetery, where the tombstones were always in order and the wreaths never faded.

Incipit tratto da:
Title: Black Spring
Author: Henry Miller
Language: English
Quarta di copertina / Trama

Primavera nera è il secondo libro di Miller, posteriore di un anno a Tropico del Cancro.La sua prosa è sbalorditiva, in certe parti addirittura superiore a quella del Tropico del Cancro. Leggete specialmente le prime cento pagine: vi daranno un’idea di quello che si può ancora fare ai nostri tempi con la prosa inglese.
Eppure la prima volta che lo lessi ebbi la sensazione che rappresentasse un passo indietro rispetto al Tropico del Cancro. Invece, subito dopo, dovevo accorgermi che molte pagine di Primavera Nera si erano come radicate dentro di me. Mi resi conto allora di trovarmi di fronte ad uno di quei libri che si lasciano dietro una sorta di aroma: libri che creano un mondo, che ci spalancano davanti un universo nuovo, rivelando non l’insolito e il bizzarro, ma semplicemente ciò che è familiare. Nell’Ulisse, per esempio, la cosa più notevole è proprio la banalità del materiale che lo compone. Naturalemnte, nell’Ulisse ci sono anche molte altre cose, ma la sua vera conquista è appunto il trasferimento del banale nella pagina letteraria. Quando leggete certi passaggi dell’Ulisse, voi sentite che la mente di Joyce e la vostra sono all’unissono, vi accorgete che quest’uomo sa tutto di voi anche se non vi ha mai sentito nominare; che esiste un mondo al di là dello spazio e del tempo in cui voi e lui siete collegati. E pur non assomigliando a Joyce in nient’altro, anche Miller haqualcosa di questa qualità. Specialmente in Primavera nera: leggetene cinque, dieci pagine e proverete quel particolare benessere che viene non tanto dall’intendere quanto e proverete quel particolare benessere che viene non tantodall’intendere quantodall’essere intesi. “Quest’uomo sa tutto di me,” voi pensate, “Ha scritto tutto questo per me.” È come udire una voce che vi parla, una coerdiale voce americana priva di gigioneria, scevra di atteggiamenti moralistici, e intimamente convinta che siamo tutti uguali. Vi sentite liberati dalle menzogne, dalle semplificazioni, dalla stereotipia burattinesca della solita narrativa: siete di frontealle reali esperienze di un essere umano.
Ma che genere di esperienze? E che specie di esseri umani? Miller scrive dell’uomo della strada, e forse è un peccato che la strada sia piena di postriboli. Ma questo è il prezzo che si paga quando si abbandona la propria terra. L’esilio ha l’effetto di far perdere i contatti con la vita del lavoro e restringere il raggio d’azione alla strada, al caffé, alla chiesa, al prestibolo, allo studio del pittore.
C’è un mirabile scorcio di New York, in Primavera nera: una New York formicolante e infestata di irlandesi, quelli del periodo di O’Henry: Ma le pagine migliori sono quelle dedicate a Parigi. E ance se socialmente sono delle nullità, gli ubriaconi, i falliti da caffé sono trattati qui con un senso del presonaggio e una padronanza della tecnica che non hanno riscontroin nessun altro romanzo d’oggi. Non solo sono tutti credibili, ma si ha l’impressione che le loro avventure siano capitate a noi. Banalità, certo; ma come mai queste banalità sono tanto avvincenti? Perché appunto si ha la sensazione che queste cose accadano a noi. E si ha questa sensazione perché Miller ha deciso di abbandonare l’antico, guardingo linguaggio del romanzo tradizionale e trasportare all’aria aperta la real-politik dell’interiorità. Nel caso di Miller non si tratta tanto di di un problema di esplorazione dei meccanismi mentali, quanto di un’aperta confessione dei fatti e delle emozioni della vita d’ogni giorno. Perchè la verità è che molte persone comuni, forse addirittura la maggioranza delle persone comuni, parlano e si comportano esattamente come i personaggi di questo libro.
George Orwell
(ED. Feltrinelli; I Narratori)

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