Quattro sberle benedette – Andrea Vitali

Incipit Quattro sberle benedette

Tirava vento e pioveva la mattina del 30 ottobre 1929.
Fuori e dentro la caserma dei Regi Carabinieri di Bellano.
Fuori era un tivanaccio che si era alzato durante la notte. Ululava una rabbia che si sfogava nelle contrade, faceva ballare le tegole dei tetti, scricchiolare le persiane, cantare i rami più grossi e vecchi dei platani del lungolago. L’acqua veniva giù da tutte le parti, inutile usare l’ombrello. Nell’arco di una sola notte quasi tutte le foglie degli ippocastani di piazza Grossi erano cadute, raccolte negli angoli dove il vento mulinava.
Si fosse messa in moto due giorni prima tutta quella diavoleria, pensava il brigadiere Efisio Mannu, la cerimonia per il settimo anniversario della marcia su Roma sarebbe giusto andata a balle all’aria, con suo grandissimo piacere.
Se l’era sorbita invece, dall’inizio alla fine, in sostituzione del maresciallo Ernesto Maccadò che peraltro era parte sostanziale della tempesta che stava assediando la caserma.
Perché tirava vento e pioveva.
Fuori per ciò che era sotto gli occhi del brigadiere.
Dentro per l’agitazione del maresciallo, perché dopo l’ennesimo giorno e l’ennesima notte di veglia, sua moglie Maristella non aveva ancora partorito. Da sette giorni aspettava, sette falsi allarmi.
La levatrice Zambecchi gli aveva detto che non aveva mai visto una cosa del genere.
La donna sembrava sempre lì per, e invece…
Come se il bambino o la bambina non avesse voglia di nascere.

Incipit tratto da:

Quattro sberle benedette - Andrea Vitali

Quarta di copertina / Trama
In quel fine ottobre del 1929, sferzato dal vento e da una pioggerella fastidiosa e insistente, a Bellano non succede nulla di che. Ma se potessero, tra le contrade volerebbero sberle, eccome. Le stamperebbe volentieri il maresciallo dei carabinieri Ernesto Maccadò sul muso di tutti quelli che si credono indovini e vaticinano sul sesso del suo primogenito in arrivo, aumentando il tormento invece di sciogliere l’enigma, perché uno predice una cosa e l’altro l’esatto contrario. Se le sventolerebbero a vicenda, e di santa ragione, il brigadiere Efisio Mannu, sardo, e l’appuntato Misfatti, siciliano, che non si possono sopportare e studiano notte e giorno il modo di rovinarsi la vita l’un l’altro. E forse c’è chi, pur col dovuto rispetto, ne mollerebbe almeno una al giovane don Sisto Secchia, coadiutore del parroco arrivato in paese l’anno prima. Mutacico, spento, sfuggente, con un naso ben più che aquilino, don Sisto sembra un pesce di mare aperto costretto a boccheggiare nell’acqua ristretta e insipida del lago. Malmostoso, è inviso all’intero paese, perfino al mite presidente dei Fabbriceri, Mistico Lepore, che tormenta il prevosto in continuazione perché, contro ogni buon senso, vorrebbe che lo mandasse via. E poi ci sono sberle più metaforiche, ma non meno sonore, che arrivano in caserma nero su bianco. Sono quelle che qualcuno ha deciso di mettere in rima e spedire in forma anonima ai carabinieri, forse per spingerli a indagare sul fatto che a frequentare ragazze di facili costumi, in quel di Lecco, è persona che a rigore non dovrebbe. D’accordo, ma quale sarebbe il reato? E chi è l’autore di quelle rime che sembrano non avere un senso? Ma, soprattutto, di preciso, con chi ce l’ha? Quattro sberle benedette è un romanzo corale di quelli che solo la penna acuta e asciutta di Andrea Vitali sa imbastire. Ficcando il naso tra le beghe e i segreti della sua Bellano immaginaria e realissima al tempo stesso, apparecchia un altro appetitoso banchetto letterario, confermandosi, semmai ce ne fosse bisogno, un autore prolifico di storie e di invenzioni come pochi altri, per la gioia e il godimento del lettore.
(Ed. Garzanti)

Bibliografia Andrea Vitali