La Signora dei porci – Laura Pariani

Incipit La Signora dei porci

Il frate guardò la striscia di cielo sopra i tetti, fuori dalla finestra della camera di giustizia. La nebbia non s’era ancora alzata, ma, stringendo gli occhi e sforzandoli a guardare in quel grigiume, si potevano faticosamente distinguere i contorni sfocati del cortile esterno a forma di chiostro, circondato su tre lati da un porticato con magre colonnine di granito di severa gentilezza e, sull’ultimo, da un muro di mattoni a vista, ricoperto di lapidi e croci: un morto a occhi dvèrti forse è così che vede, ‘ste linee incerte, ‘sti colori appassiti. Frà Niccolò Castiglione, vicario del Padre Inquisitore, represse uno sbadiglio di stanchezza: l’ultimo interrogatorio della vecchia Giulàj, il giorno precedente, l’aveva davvero faticato: mai aveva potuto assistere a una seduta di tortura senza patirla egli stesso come espiazione dei propri peccati, ma per soprassèllo l’insolita resistenza dell’imputata gli aveva rinnovato per l’ennesima volta la strana prostrazione che, fin dall’inizio del processo, l’aveva sopraffatto. Strinse tra le mani un libro di preghiere, un’opera fina, rilegata in cuoio dolce, con il titolo impresso a caratteri d’oro; perché era un uomo colto frà Niccolò, così sensibile che dopo lo squasso si curvava con doloroso stupore a osservare ‘ste denonziate per strìe, che rifiutavano di aprirsi alla Santa Verità; non interessato però a comprenderne le vergogne e piuttosto bloccato nella paura di capire, perché il mondo che intravedeva nei frammentati discorsi delle prigioniere lo disgustava.

Incipit tratto da:

La Signora dei porci - Laura Pariani

Quarta di copertina / Trama
A Magnàgu, paesino dell’alto milanese, coperto di neve nei lunghi mesi invernali. Seconda metà del Cinquecento.
Due dipinti coi rispettivi pittori: una sfrontata Erodiade, intenta alla danza, in mezzo a un branco di maiali, affresco di Antonino Toso, promettente allievo di Giovan Battista Della Cerva; una pallida Madonna-bambina ingenuamente ritratta dal Vitùr, un frescante d’origine contadina.
Due modelle: la prima è la misteriosa Signora dei porci, di cui non si osa parlare che a bassa voce; la seconda, una giovane paesana, Giacuma, annegata in un acquitrino di brughiera.
In questa zona di frontiera, devastata dal passaggio delle truppe spagnole e francesi e gravata dai balzelli cittadini, un particolare destino di dolore colpisce le donne cui non rimane che la tentazione di scappare nel sogno, nelle pratiche magiche legate alla credenza nella Signora della Prea-crùa, nelle favole tramandate di madre in figlia.
La sfrenatezza della festa dei Santi Innocenti, nata sui resti di antichi riti pagani, fa esplodere vecchi rancori verso i due pittori, responsabili, seppur indi rettamente, della morte della piccola Giacuma.
Tre donne della stessa famiglia finiscono così, con un’accusa di maleficio, davanti all’Inquisitore e al notano del Sant’Uffizio; e, siccome il mondo della cultura alta è incapace di comprendere la mentalità del contado, la sorte delle imputate è segnata. Il Mietitore che, con la sua lunga falce, per tutto il processo segue passo passo la corale testimonianza resa dai paesani di Magnàgu nella corte di giustizia di Busti Grandu, raccoglierà una messe abbondante.
Un romanzo complesso e affascinante, un’opera corale letterariamente compiuta che dimostra la piena e assoluta maturità stilistica di Laura Pariani. Al centro del libro il potere delle parole: quelle magiche, capaci di devastare e spezzare il filo della vita, quelle della Bibbia che gli esseri umani non sanno più interpretare, quelle delle favole che consolano i bambini e permettono agli adulti di spiegarsi la propria infelicità, perchè l’angoscia si smorza un po’ se si addolcisce nella figura di un racconto.
(Ed. Rizzoli; La Scala)

Bibliografia Laura Pariani