Stirpe - Marcello Fois

Incipit Stirpe

Luigi Ippolito si è messo disteso sul letto rifatto. È vestito di tutto punto, i bottoni della tonaca brillanti, le scarpe lucidate a specchio. Come sempre è stato e sempre sarà, si chiama per cognome e nome Chironi Luigi Ippolito e, senza muoversi, si mette in piedi per guardarsi composto, morto, pronto da piangere. L’Uno sta lì, preciso a se stesso, l’Altro lo fissa, inquieto, pietrificato, ma turbolento, dritto e secco come un insulto detto in faccia, tra il letto e la finestra. Che la fissità dell’Uno è parvenza e la fissità dell’Altro è controllo. Al primo sguardo si direbbero del tutto identici Luigi Ippolito e Luigi Ippolito, solo che il primo, quello disteso sul letto, ha l’apparenza imperturbabile del morto sereno, mentre il secondo, quello che osserva se stesso, in piedi, è rigido e accigliato come sono rigidi e accigliati gli sguardi perplessi. Cosi mentre il primo è immerso nella pace inenarrabile di una resa totale, il secondo battaglia contro quella invincibile mollezza. Per questo a un certo punto, rompendo ogni stasi, si avvicina fino quasi a rapirgli il soffio, quasi padre amorevole che voglia assicurarsi che il neonato ancora respiri. Ma non è per amore che Luigi Ippolito si piega su Luigi Ippolito, no: l’Altro si piega sull’Uno per leggergli la vita. E insultarlo anche, che non è quello il momento di morire e tanto meno di giocare alla morte; e non è quello il momento di arrendersi.
(Prologo)

Incipit tratto da:

Stirpe - Marcello Fois

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