Sexus – Henry Miller

Incipit Sexus

Quando la vidi per la prima volta, nella sala da ballo, doveva essere un giovedì sera. Mi presentai al lavoro la mattina seguente, dopo un’ora o due di sonno, con l’aspetto di un sonnambulo. La giornata trascorse come un sogno. Dopo cena mi addormentati sul divano e mi destai, vestito di tutto punto, alle sei della mattina successiva; mi sentivo completamente riposato, puro di cuore, e ossessionato da un’idea fissa… possederla a qualunque costo. Attraversando il parco, mi domandai che genere di fiori mandarle assieme al libro promesso le (Winesburg, Ohio). Mi avvicinavo ormai ai trentatré anni, l’età di Cristo crocifisso. Tutta una nuova vita si prospettava dinanzi a me, se soltanto avessi avuto il coraggio di rischiare: mi trovavo sul gradino più basso della scala, ero un fallito in ogni accezione del termine.

Incipit tratto da:
Titolo: Sexus
Autore: Henry Miller
Traduzione: Bruno Odddera
Titolo originale: Sexus
Casa editrice: Longanesi

Bibliografia Henry Miller

Copertine di Sexus di Henry Miller

Incipit Sexus

It must have been a Thursday night when I met her for the first time—at the dance hall. I reported to work in the morning, after an hour or two’s sleep, looking like a somnambulist. The day passed like a dream. After dinner I fell asleep on the couch and awoke fully dressed about six the next morning. I felt thoroughly refreshed, pure at heart, and obsessed with one idea—to have her at any cost. Walking through the park I debated what sort of flowers to send with the book I had promised her (Winesburg, Ohio). I was approaching my thirty-third year, the age of Christ crucified. A wholly new life lay before me, had I the courage to risk all. Actually there was nothing to risk: I was at the bottom rung of the ladder, a failure in every sense of the word.

Incipit tratto da:
Title: Sexus
Author: Henry Miller
Language: English
Quarta di copertina / Trama

Il sesso, insaziabilmente, follemente, disperatamente. Il sesso, che impregna di sé tutta l’opera di Henry Miller, trabocca addirittura da questo romanzo che apre la trilogia della Rosy Crucifixion. Sesso ovnque, comunque, a ogni costo. Negli anni fatti rivivire in Sexus, Henry Miller sta ancora progettando di diventare uno scrittore e lavora – odiando soprattutto il lavoro – come capo del personale di una societ’ telegrafica. Sisepara dalla prima moglie – secondo i vincoli della legge ma certo non secondo quelli della passione sessuale – dopo aver incontrato Mara in una sala da ballo, dove lei si guadagna la vita facendo la taxi/girl. Quella Mara che poco tempo dopo diventerà Mona, la impetuosa, sensuale, generosa compagna, ispiratrice e in fondo salvatrice di Henry Miller e della sua torrenziale vena letteraria. In una New York anni ’20, sfasciata, corrosa, rutilante, vitalissima, tra una rassegna di personaggi e vicende al limite del credibile e quasi del tollerabile, si svolgono questi anni di vita e di memoria dell’autore, anni di frenesia e anche di amarezza, di disperazione. Disperazione alla quale Miller sfugge sfogandosi in un’attività sessuale frenetica, pervasa di rabbia, un’attività che è condizione del vivere, del cercare quello stato di beatificazione vitale che, dopo Miller, continuerà per decenni – fino a oggi – a serpeggiare nella letteratura americana come imponente e inquieto motivo di ispirazione.
(Ed. Longanesi; I Narratori)

Indice cronologico opere Henry Miller

Il sorriso ai piedi della scala – Henry Miller

Incipit Il sorriso ai piedi della scala

Nulla poteva offuscare lo splendore dello straordinario sorriso dipinto sul melanconico volto d’Augusto. Sulla pista, quel sorriso aveva qualcosa di particolare d’infinito: esprimeva l’ineffabile.
Ai piedi d’una scala tesa versola luna, Augusto si sedeva in contemplazione, fissoil sorriso, perduti lontano i pensieri. Questa simulazioned’estasi, che egli aveva portato a perfezione, faceva sempre una grande impressione sul pubblico: pereva il sommo della stravaganza.
Beniamino delle arene, non gli mancavano le frecce all’arco, ma quello era un lazzo impossibile da imitare. Mai nessun comico aveva pensato di raffigurare sulla scena il miracolo dell’ascensione.

Incipit tratto da:
Titolo: Il sorriso ai piedi della scala
Autore: Henry Miller
Traduzione: Valerio Riva
Titolo originale: The Smile at the Foot of the Ladder
Casa editrice: Feltrinelli

Bibliografia Henry Miller

Copertine di Il sorriso ai piedi della scala di Henry Miller

Incipit The Smile at the Foot of the Ladder

Nothing could diminish the lustre of that extraordinary smile which was engraved on Auguste’s sad countenance. In the ring the smile took on quality of its own detached magnified expressing the ineffable.
At the foot of the ladder reaching to the moon, Auguste would in sit in contemplation, his smiles fixed his thoughts far away. This simulation of ecstasy, which he had brought to perfection always impressed the audience as the summation of the incongruous. The great favourite had many tricks up his sleeve this one was inimitable. Never had a buffoon thought to depict the miracle of ascension.

Incipit tratto da:
Title: The Smile at the Foot of the Ladder
Author: Henry Miller
Language: English
Quarta di copertina / Trama

“Questa è la sola storia vera che io abbia raccontato fino adesso,” ha scritto Miller nell’epilogo di Sorriso ai piedi della scala è forse l’unica storia scritta da Miller che abbia personaggi fantastici, racconti fatti che verosimilmente non appartengono alla biografia dell’autore e dei suoi amici, e sia situata in un ambiente non soltanto immaginario ma chiaramente simbolico. È vero che poche righe più sopra lo stesso Miller fa una distinzione tra gli altri suoi libri e questo fornisce una soluzione per sanare la contraddizione: “I miei personaggi sono tutti reali, presi dalla vita, dalla mia vita. Mentre Augusto [ il protagonista del Sorriso] è l’unico che nasce dal regno della fantasia. Ma che cos’è questo regno della fantasia che ci circonda e assedia da ogni parte, se non la realtà stessa?” E tuttavia è ancora una mezza spiegazione, una specie di esegesi reticente, una chiave igannevole. La verità è che il lettore ha il diritto di arrischiare un’interpretazione più impegnativa: il Sorriso è un apologo che Miller ha scritto sopra se stesso non come personaggio della vita, ma come personaggio della letteratura; e, secondo il metodo caro a Miller, è un apologo che si sviluppa a poco a poco, di riga in riga, e trova di volta in volta la sua morale ad ogni nuova svolta di racconto. Il clown è l’artista, lo scrittore, Miller stesso, che recita ogni sera “il dramma dell’iniziazione e del martirio” e che si ripromette non soltanto di far ridere la gente ma di cominciare la gioia ai suoi spettatori: la gioia intera, la gioia nuova, il sublime della buona novella e dell’ascensione nell’empireo: e crede di arrivarci attraverso il meccanismo tradizionale dell’espressione artistitica, la mimesi: in questo caso una mimesi dell’estasi. Ma il risultato sortisce è che gli spettatori ridono e applaudono soltanto alla perfezione del lazzo clownesco, all’abilità scenica; non attingono al sublime, rifiutano di fare un un passo al di là della soglia misteriosa, pretendono di restare ne banaale. La mimesi dell’estasi non può superare il limite della bravura: se lo supera s’attira solo gli insulti. Fu il dramma dell’autore dei Tropici, quando – come ha scritto il suo biografo Walter Schmiele — “proclamava la distruzione radicale, quando esaltava la grande insurrezione… quando voleva far saltare tutti gli strati della coscenza”; è il dramma del profeta del “paese del fotti,” fastidiosamente applaudito da turbe di ebeti aficionados affascinati dal virtuosismo nell’oscenità, paghi di trovare nei suoi libri soltanto una specie di grimaldello in brochure per i loro piccoli problemi sessuali quotidiani. Il periodo in cui scrive (originariamente su commissione) il Sorriso (1947-48) è lo stesso in cui Miller stende Plexus e Inc comincia la ricapitolazione della genealogia del suo mondo poetico in The Books of my Life, ossessionato da una citazione di Amiel: “Per il poeta tutto è meraviglioso, per il santo tutto è divino, per l’eroe tutto è grande, ma per l’anima bassa e impura tutto è miserabile, disperato, squallido, volgare, “D’altra parte il Sorriso è anche un frutto, magari tardivo, dell’entusiasmante scoperta di Rimbaud. Ed è naturale quindi considerarlo come il primo abbozzo, lo scarabocchio iniziale di quel lungo ripensamento della propria vita e della propria opera che caratterizzerà gli anni del dopoguerra e culminerà in Big Sur, e nella scoperta della luce paradisiaca della realtà, un paradiso “in cui non si predica e non si converte.” Per questo il Sorriso dà l’impressione di un racconto che procede a tentoni, di tappa in tappa: il rifiuto della parte di clown, prima; lo stordimento nell’anonimato poi; le consolazioni del l’umile utilità esistenziale; i disperati e ripetuti tentativi di doppia spersonalizzazione, in seguito, con il loro tragico risultato di rovina e di morte, e infine (ma quanto incerta, difficile, esitante!) la scoperta della realtà nella rinuncia a interpretare una parte altrui, nel porsi cioè uno scopo illuminante, nell’essere solo il clown che è in noi stessi: e il velo nero che cade sugli occhi d’improvviso a questa scoperta, come un sipario definitivo, ma che è in realtà non il sopravvenire del buio, bensì — come bene dice Miller — l’uscita della luce. Per questo — dice ancora Miller — le ultime pagine del racconto sono state le più difficili da scrivere. Ma nessuna esitazione offusca il tono di diffusa amarezza di queste pagine; nessuna inebriante scoperta della fissità di questa luce paradisiaca può mascherare il suono elegiaco del racconto. Se ci pare giusto considerare elegiaco il periodo successivo al 1947 nell’opera di Miller, il Sorriso ne è come l’annuncio nitido e a suo modo perfetto, un piccolo capolavoro nel genre delle overtures (V.R.)
(Feltrinelli Editore; Prima edizione)

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Incubo ad aria condizionata – Henry Miller

Incipit Incubo ad aria condizionata

Fu in un albergo di Pittsburgh che terminai il libro su Ramakrishna di Romain Rolland. Pittsburgh e Ramakrishna: è possibile un contrasto più violento? L’uno il simbolo della forza brutale e della ricchezza, l’altro la perfetta incarnazione dell’amore e della saggezza.
Cominciamo qui, dunque, proprio al centro dell’incubo, nel crogiuolo dovetutti i valori sonoridotti in scorie.
Mi trovo in quella che si può considerare una comoda stanzetta di un albergo moderno dotato di tutti gli ultimi comfort. Il letto è pulito e soffice, la doccia funziona perfettamente, la ciambella del gabinetto è stata sterilizzata alla partenza dell’ultimo ospite, se devo credere alla striscia di carta che l’inghirlanda; sapone, asciugamani, lampade, carta da lettere, tutto è fornito in abbondanza.
Sono depresso, depresso oltre ogni limite. Se dovessi occupare questa stanza per qualche tempo diventerei matto: o mi ucciderei. Lo spirito del posto, lo spirito degli uomini che ne hanno fatto l’orrenda città che è, filtra dalle pareti. C’è il delitto nell’aria. Mi soffoca.

Incipit tratto da:
Titolo: Incubo ad aria condizionata
Autore: Henry Miller
Traduzione: Vincenzo Mantovani
Titolo originale: The Air-Conditioned Nightmare
Casa editrice: Feltrinelli

Bibliografia Henry Miller

Copertine di Incubo ad aria condizionata di Henry Miller

Incipit The Air-Conditioned Nightmare

It was in a hotel in Pittsburgh that I finished the book on Ramakrishna by Romain Rolland. Pittsburgh and Ramakrishua — could any more violent contrast be possible? The one the symbol of brutal power and wealth, the other the very incarnation of love and wisdom.
We begin here then, in the very quick of the nightmare, in the crucible where all values are reduced to slag.
I am in a small, supposedly comfortable room of a modem hotdl equipped with all the latest conveniences. The bed is clean and soft, the shower functions perfectly, the toilet seat has beensterilized since the last occupancy, if I am to believe what is printed on the paper band which garlands it; soap, towels, lights, stationery, everything is provided in abundance.
I am depressed, depressed beyond words. If I were to occupy this room for any length of time I would go mad — or commit suicide. The spirit of the place, the spirit of the men who made it the hideous city it is, seeps through the walls. There is murder in the air. It suffocates me.

Incipit tratto da:
Title: The Air-Conditioned Nightmare
Author: Henry Miller
Language: English
Quarta di copertina / Trama

L’anno è il 1939: Henry Miller, scrittore maledetto e amatissimo, torna negli Stati Uniti dopo un decennale “esilio” francese. Il suo intento è andare alle radici dell’americanità, nella cultura e nella natura – maestosa, materna e feroce, commovente nel suo abbraccio onnicomprensivo. Il suo fu un grande viaggio che lo portò a incontrarsi e scontrarsi con un campionario di esseri umani vasto come gli Stati Uniti stessi. In questo libro Miller ci racconta come erano gli Usa negli anni quaranta, facendoci scoprire che per molti aspetti non erano tanto diversi dalla superpotenza che ancora oggi ben conosciamo: grandi affari e umane piccolezze, mass media che addormentano e incitano, inquinamento fuori controllo ma anche possibilità di lavorare duramente costruendo il proprio sogno. Un paese divenuto un “incubo ad aria condizionata” in cui uomo e natura non hanno più molto da dirsi ma continuano a convivere in un matrimonio indissolubile.
(Ed. Feltrinelli; Universale Economica)

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