Mammut – Antonio Pennacchi

Incipit Mammut

Lunedì scorso era il 27 ottobre, e ci toccava il turno di notte. Il tempo si era voltato nella mattinata e, a sera, faceva piuttosto freddo. Giovanna lo ha destato verso le otto, portandogli su in camera la tuta blu, stirata. “Dammi anche un maglione, perché fa freddo” le ha detto lui. “È già pronto” glia ha risposto. Posando sul letto il maglione avana, col collo stretto, che a lui piace e ci sta comodo. “Ma questo è ancora buono per uscirci” ha rifiutato. Lei è andata allora a rovistare in guardaroba, brontolando, e ne è tornata con un pullover turchese, col collo a vu. Saranno tre o quattro inverni che lo usa per lavorare. Glielo aveva regalato lei, il primo anno di fidanzamento. Undici anni fa. “C’è rimasto solo questo, di roba vecchia. L’altra, o è tutta rotta o si è accorciata. Se ne vuoi qualcuno di quelli corti…” “Meglio di no, che poi mi ci entra l’aria per la schiena e mi ripiglia il colpo della strega.”

Incipit tratto da:

Mammut - Antonio Pennacchi
Bibliografia Antonio Pennacchi
Risvolto di copertina / Trama
Benassa è lo storico, coriaceo rappresentante sindacale dei lavoratori alla Supercavi di Latina- Borgo Piave. La tuta blu sull’anima, la trattativa nel sangue, era il terrore di ogni direttore del personale. Tutti i comunicati che emetteva il Consiglio di fabbrica, li componeva lui di notte. Ed erano poemi. “Mazzate a rotta di collo sull’Azienda e su tutti i Dirigenti. Come movevano una paglia, lui li tartassava sopra la bacheca.” Sapeva fare solo quello. E solo quello aveva sempre fatto.
Per anni ha guidato le lotte dei compagni, tra cortei e blocchi stradali, picchetti e occupazioni, conquiste e delusioni, ma ora che bisogna combattere l’ultima decisiva battaglia sindacale, la gloriosa azione collettiva per tenere la fabbrica aperta e sul mercato, Benassa è stanco. Sul punto di mollare. O forse no.
Dopo un’occupazione epica della centrale nucleare di Latina, in due giorni di febbrile clausura nel sepolcro dello stabilimento, Benassa cerca di spiegare ai propri compagni le sue ragioni. Perché dopo vent’anni spesi a lottare per loro sta per cedere alle richieste del capo del personale? Perché è sul punto di accettare di essere pagato per stare fuori dalla fabbrica? Questo è il primo libro di Antonio Pennacchi, il suo romanzo d’esordio, una grande epopea operaia scritta nel 1987, quando era lui pure come Benassa operaio in Fulgorcavi, e il suo eccentrico talento doveva vedersela coi turni di notte alle coniche e alle bicoppiatrici. Con il suo stile ribaldo, insieme ironico e drammatico, racconta una storia di fabbrica e di conflitti sindacali, di un tempo in cui gli operai erano davvero “uno per tutti e tutti per uno” e tra i capannoni della Fulgorcavi/Supercavi si alternavano la rivolta radicale e la solidarietà più accorata, l’odio per il lavoro organizzato e l’orgoglio per la potenza delle macchine. Nel frattempo quella classe operaia “che doveva fare la rivoluzione”, e che invece si è avviata inesorabilmente all’estinzione, proprio come i mammut nella preistoria, è tornata a farsi vedere e sentire. Colpo di coda, canto del cigno? O rinascita, riscossa? Come si dice, ai posteri… Quello che è certo è che il romanzo di Pennacchi, che di quella classe ci racconta gioie e dolori, fatiche e speranze, conserva ancora intatta la sua forza e la sua illuminante sagacia, e quella capacità, che è tipica solo dei classici, di essere esemplare.
(Ed. Mondadori; Scrittori Italiani e Stranieri)

Bibliografia Antonio Pennacchi